Le origini del Lambrusco

Le Origini del Lambrusco

Le indagini intorno all’origine di queste varietà di vite partono da un fattore comune, l’interpretazione del significato della parola Lambrusco.
Aldilà di una immediata correlazione con il termine “brusco”, identificativo di quella caratteristica tipica dei vini giovani, collegata ad una contenuta acidità e tannicità vivaci e gradevoli, le interpretazioni filologiche attribuiscono allo stesso il significato di vitigno selvatico che cresce ai bordi dei campi in modo spontaneo.
Questa l’interpretazione riconoscibile dal latino:”labrum”, limitare, margine, bordo (riferito ai campi) e “ruscum”, pianta spontanea.

Alle origini, pertanto, c’è la vite selvatica e spontanea, ben diversa, e più antica, di quella allevata.
La prova che la vite “labrusca” della nostra zona, rappresentò la prima possibilità di venire a contatto con l’esperienza enologica, ci viene per ciò che riguarda l’Italia, dal periodo dell’età del bronzo. Ed è una scoperta dovuta al rinvenimento di semi di vite silvestre proprio nelle zone di produzione attuale del Lambrusco, trovati in località archeologiche poste presso le “terremare”, isole emergenti sugli acquitrini conseguenti allo scorrere del fiume Po e sulle prime propaggini appenniniche.
Successivi rinvenimenti di altri semi, ci fanno ritenere senz’altro note queste uve selvatiche oltre che ai Latini anche agli Etruschi e ai Galli ligures.

Per quanto riguarda i Latini, testimonianze dirette ci giungono da Virgilio, nativo del mantovano, altra preziosa zona di produzione attuale, il quale parla dell’esistenza della vitis labrusca duemila anni fa, nella sua quinta bucolica.
La sua citazione “vitis labrusca che ricopre una grotta di grappoli” deriva da una testimonianza concreta dal momento che la sua conoscenza delle zone di diffusione è diretta per esser originario ed aver vissuto proprio nei luoghi menzionati.

Una curiosità che lascia intendere una massiccia presenza di queste uve spontanee con conseguente loro utilizzo, è affermata da Strabone nel terzo secolo dopo Cristo, il quale parlando di queste zone osservò che esistevano botti di legno più grandi di case, sintomo di una pratica enologica già molto evoluta tra i suoi abitanti. È ipotizzabile quindi un’influenza dei Celti nella pratica della raccolta di queste uve e del relativo utilizzo di vascelli vinari in un materiale, il legno, sicuramente diverso e dalle dimensioni sproporzionate, ”grande più di una casa”, ma che ci fa ritenere quanto fosse vocata questa zona alla copiosa produzione di vino anche se non possiamo dire se vi fosse una parvenza di organizzazione agronomica o fosse lasciato tutto al rinvenimento spontaneo, tesi quest’ultima poco probabile dal momento che contenitori di così grosse dimensioni devono per forza presupporre raccolti in qualche modo certi nei quantitativi.

Desta senz’altro stupore questa scoperta se ricordiamo che siamo in un epoca nella quale la cultura mercantile, Romana e non, era solita riporre il prezioso liquido in anfore, di dimensioni molto più ridotte, in terracotta.
Tant’è che ”l’Aigleucos”, vino frizzante dell’antichità, veniva in parte realizzato con viti labrusche, facendo riposare il mosto dolce in anfore sigillate e immerse in acqua fredda per fermare la fermentazione; prima di porlo al consumo ci si curava di esporre le anfore al caldo, così che il mosto cominciasse a fermentare costringendo il gas acido carbonico, che non poteva disperdersi, a disciogliersi nel vino rendendolo frizzante.

Stabilizzazione della coltura del Lambrusco

Possiamo ritenere che un contributo nel senso della stabilità delle coltivazioni si sia avuto con l’avvento dei Longobardi e la loro successiva conversione al Cristianesimo con conseguente diffusione sul territorio di comunità ecclesiali riunite intorno alle pievi romaniche tra il VII- VIII secolo, dedite probabilmente alla pratica culturale delle viti stanziali, così frequenti in queste zone.
Si spiegherebbe così anche il fatto che siano state isolate viti labrusche così diverse nei caratteri da far pensare che ognuna abbia trovato gelosi custodi ed estimatori all’interno di queste comunità e che via via siano state poi diffuse nelle rispettive zone di competenza territoriale.
Il processo non dev’essere stato particolarmente rapido, tuttavia costante e sufficientemente articolato tanto da offrire una buona differenziazione delle diverse tipologie di viti.
I vini frizzanti prodotti in questo periodo venivano definiti racenti o mordenti, o ancora “saliens et titillans”.

Per quanto riguarda la sua collocazione e coltivazione in modo stabile sul territorio così come la conosciamo adesso, possiamo osservare, con sorpresa, che appare combaciare, con buona approssimazione, alla zona d’influenza politico amministrativa diretta o indiretta della Gran Contessa. Ci riferiamo a Matilde di Canossa la quale intorno alla fine del secolo XI, costituisce una fitta ragnatela di fortificazioni, in contatto strategico una con l’altra, partendo dal Castello di Canossa per articolarsi principalmente nei possedimenti delle colline reggiano-modenesi sino alla riva destra del Po in territorio mantovano. Occorre infatti ricordare che la Contessa morì a Bondeno in territorio mantovano. Il Castello di Canossa fù inoltre centro d’irradiamento dell’influenza Matildiana e luogo fisico del “gran perdono”, chiesto dall’imperatore scomunicato Enrico IV al Papa Gregorio VII.
Non possiamo affermare con certezza scientifico-storica che questa coincidenza sia dovuta ad un suo preciso disegno di organizzazione agronomica, tuttavia la sovrapposizione territoriale con l’attuale diffusione delle coltivazioni è impressionante.

Fama internazionale doveva averne tanta il nostro vino quando nel giugno del 1430 Nicolò III d’Este aveva dato ordine “che di tutto il vino che veniva condotto a Parigi, la metà del dazio non venisse pagata”. E si badi bene che si parla di nostro vino portato in Francia.

XVII sec. È di questo periodo un’innovazione tecnica fondamentale per la conservazione delle caratteristiche peculiari di questo vino, ossia l’introduzione di una bottiglia in vetro resistente e al relativo tappo in sughero, sigillo capace di opporsi alla pressione esercitata dall’anidride carbonica frutto della rifermentazione degli zuccheri.
Probabilmente affonda qui le sue radici il famoso spago che tratteneva il sughero, il quale ancor oggi qualche anziano, fedele agli insegnamenti tramandati, è solito pazientemente mettere al collo delle bottiglie, appena tappate in proprio, in rigorosa luna calante di marzo.

È del 1867 ad opera di Francesco Agazzotti, prezioso descrittore anche dell’aceto balsamico, una prima suddivisione marcata ed esauriente delle tre tipologie prevalenti dei vitigni coltivati: Il lambrusco della viola o di Sorbara, il lambrusco Salamino, il lambrusco dai Graspi Rossi dai quali si ricaveranno, mischiati con altre e diverse varietà, tutti i tipi di lambrusco delle province nelle quali attualmente si produce.

 
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